23 novembre 2025

Vangelo: Matteo, Cap 25, vv. 14-30
Omelia del Pontefice Samuele

I talenti e la Città divisa in 3 parti:
i buoni fedeli; i titubanti fannulloni; i malvagi

Fratelli, ci accingiamo a vivere questa domenica, meditando su quest’ulteriore parabola che ci proietta, in chiave escatologica, a come vivere il Regno, per poi, domenica, vivere insieme la Festa di Cristo Re (Ap 19,16).

Per poter vivere il Re (Atto di Magistero, “Onore e gloria a Te, Cristo Re dell’Universo”, 24/11/2024), dobbiamo comprendere come il Re desidera che ognuno si comporti e come ognuno si prepari per poterLo accogliere come “il Re”.

Ecco questa parabola, che nuovamente ci porta agli ultimi tempi, per farci penetrare il Pensiero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ed essere pronti: la parabola dei dieci talenti – dei talenti, meglio – che porta quei servi a ricevere in dono da Dio la Grazia, che non deve essere tenuta per sé, ma deve essere fatta fruttificare per sé e, soprattutto, per l’edificazione del Regno (1Cor 3,9). È una parabola ricca, quella che abbiamo or ora ascoltata, piena di simboli che velocemente vediamo insieme.

“Avverrà come di un uomo” (Mt 25,14): inizia questa parabola. Un uomo. Ecco l’Uomo, ecce Homo. Ecco il riferimento all’Uomo, all’Uomo-Dio, protagonista di questa parabola, che parte per un lungo viaggio. Qual è questo viaggio? È il viaggio della Redenzione, che inizia con la morte e Resurrezione dell’Uomo-Dio per completarsi con il Ritorno dell’Uomo-Dio (At 1,11). È l’Itinerario della Salvezza, questo viaggio (Rivelazione di Gesù a Maria G. Norcia, “Il Luogo Santo del Ritorno di Gesù”, 19/02/1995).

Poi vi sono i servi, che sono chiamati a sé dall’Uomo, l’Uomo-Dio (Atto di Magistero, “L’Amore si è fatto carne e dimora in mezzo a noi”, 13/06/2022). Chi sono i servi? Coloro che, sull’esempio di Colui che si è fatto Servo per Amore – ecco l’Uomo-Dio che si fa Servo del Padre (Gv 6,38) e, di conseguenza, per servire i figli Si dona per fare la Volontà del Padre –, ecco che, sul Suo esempio, i figli, gli uomini, i consacrati fanno altrettanto: si consacrano per servire Dio, l’Uomo-Dio. Ecco i servi, quindi, i “consacrati”, per consegnare i loro beni: i beni del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo sono dati a questi servi affinché siano amministrati.

Ed ecco che ad uno viene dato “cinque”, ad uno viene dato “due”, ad un altro viene dato “uno” (Mt 25,15). Ma comprendiamo che ciò che fa la differenza non è la quantità dei talenti dati. Questo lo comprendiamo dalla risposta che viene data – la vedremo fra poco – a chi ne ha ricevuti “cinque” e a chi ne ha ricevuti “due”; “servi buoni e fedeli”, che hanno ricevuto la stessa identica risposta, la stessa identica ricompensa (Mt 25,21). Quindi la differenza non è nel numero dei talenti. Perché? Perché questo rappresenta la chiamata per ciascuno. Dio sa quanto ognuno può ricevere e far fruttificare. La chiamata è diversa. L’importante è che ognuno la assolva con tutta la buona volontà, facendo la Volontà di Dio (Mt 7,21) e non la volontà dell’ “io” . Questo è il succo. Non guardate a chi ha ricevuto “dieci”, “cinque”, “due”: non è questo il punto. Il punto è se quanto ricevuto viene fatto fruttificare oppure no. Questo è il cuore del messaggio (Rivelazione di Gesù a Maria G. Norcia, “La Catechesi”, 01/01/1988).

E, quindi, questa parabola poi prosegue e comprendiamo che, a un certo punto, quell’Uomo ritorna e non è più chiamato “uomo”; è chiamato “padrone” (Mt 25,19). L’“uomo” diventa il “padrone”. Attenti anche a questo, perché vi è una profonda simbologia escatologica. Ecco che, in questo, Dio – l’Uomo-Dio – si manifesta come “il Padrone”; ma, ancor meglio, potremmo vedere in questa figura “il Padre”, che nel Figlio si manifesta compiutamente, Colui che tutto ha creato: il Padrone (Gen 1,1).

E viene per “regolare i conti”. Ecco Dio, che si è manifestato e si manifesta nella Sua infinita Misericordia ma dovrà essere anche un Dio di Giustizia (Atto di Magistero, “Cristo Re di Amore e di Giustizia”, 26/11/2023). Ecco la Giustizia, che porterà poi al Giudizio. Ecco la Festa di Cristo Re, che giudicherà i buoni dai cattivi (Mt 25,32), i salvati da coloro che non si salveranno.

Quindi, il talento ci riporta all’Amore, alla Carità. Ecco il cuore della Legge: l’Amore è il cuore della Legge (Mt 22,37-40), che deve essere fatto fruttificare per sé e per l’edificazione del Regno negli altri.

Ed ecco, quindi, la figura centrale dei “servi”. Così come detto, i servi sono coloro che riportano ai consacrati, in modo particolare (Ap 1,6). Sì, si può allargare a tutti quanti i fedeli, certamente, perché è una parabola che ha tanti significati. Ma oggi voglio concentrarmi sui consacrati, sui servi. Così come domenica scorsa abbiamo parlato delle vergini (Mt 25,1), parlando della pienezza dei chiamati – la Chiesa, i cristiani –, oggi voglio soffermarmi sui consacrati in modo particolare, coloro che si consacrano in modo particolare e che sono chiamati a servire in modo particolare: coloro che hanno scelto di essere “servi”, per Amore (Gv 15,14-15).

Pensiamo a Maria. Vi ho parlato prima dell’Uomo-Dio, Colui che si è fatto Servo per il Padre. E Maria? Non è stata Colei che si è annunciata, proclamata: “Ecco, sono la serva del Signore, fai di me quel che piace a Te”? (Lc 1,38). Ecco che ritorna Maria, nel momento in cui si parla di Consacrazione (Rivelazione di Gesù a Maria G. Norcia, “Maria, mi consacro a Te”, 10/03/1986). Ci accompagna sempre, Maria (Gv 19,27), così come ci accompagna anche in questa profonda pagina escatologica. Perché? Perché, volendo analizzare quei primi cinque talenti – ecco che questo “cinque” ritorna, vi riporto a ciò che ho detto domenica scorsa, senza ripeterlo (Omelia del Pontefice Samuele, “La parabola delle 10 Vergini: siate saggi e non stolti, siate i Vergini santi”, 16/11/2025), ecco che il “cinque” (che poi diventa “dieci”, in virtù dell’aver assolto tutto ciò che si doveva fare) ci riporta alla pienezza. Ecco il “cinque”, in quell’Azione dello Spirito Santo con tutti coloro che sono stati investiti dai Raggi dello Spirito Santo (At 2,3-4) che riportano a quella pienezza, dove il Cristo si manifesta nella pienezza. Ecco coloro che servono Cristo e che si fanno immagine e somiglianza di Cristo, che nella pienezza vengono additati dal Padrone come “servi buoni, fedeli”: tanti piccoli Gesù (Gal 2,20), potremmo dire.

Poi vi è il “due”. A cosa ci può portare questo “due” dei “due talenti”? Io vi dico: Maria. Perché? Perché Maria è vista come la nuova Eva, seconda Eva, Origine della seconda Creazione (Ap 21,5). In Maria risiede una dualità, se ci pensate: la duplice relazione con Dio e con gli uomini. Maria è la Porta per giungere e raggiungere la Santissima Trinità; quindi… (Atto di Magistero, “Maria, la Porta Santa dei figli di Dio”, 24/12/2024). Così come due sono le Porte del Santuario della Divina Misericordia, in questi ultimi tempi.

Ecco la Via maestra, nel seguire Cristo, in quella pienezza di talenti ricevuti; ed ecco la Strada della Maestra, di coloro che si consacrano al Suo Cuore Immacolato (Atto di Magistero, “Consacrarsi a Maria è un Atto necessario”, 14/10/2024), per poter, aggrappandosi a quel Cuore, portare frutto (Gv 15,5) e, grazie alla Sua Grazia (Lc 1,30), poter ricevere la Salvezza in altrettanto modo. Ecco perché questa Chiesa invita tutti e sempre a consacrarsi a Maria, indicandoLa come la Via per giungere comunque alla Salvezza (Atto di Magistero, “La Via privilegiata per giungere alla Salvezza”, 15/08/2023). Ecco i “Cinque” ed ecco i “Due”.

Poi vi è quel servo che riceve “un” talento e che, però, non si comporta facendo la Volontà di Dio. Ripeto, non tanto per l’un talento ricevuto, ma per come quel talento è stato usato. Badate che chi ha ricevuto “cinque” e chi ha ricevuto “due”, subito (è scritto) si mette all’opera per far fruttificare. Anche questo è importante: la prontezza, “subito” (Mt 25,16). Nel momento in cui Dio chiama, devi agire subito. Non puoi tergiversare, non puoi aspettare. Così come ha agito subito la Fanciulla di Dio (Rivelazione di Gesù a Maria G. Norcia, “Colei che è sintesi dei profeti e degli antichi patriarchi”, 26/07/1996) quando Le è stato detto: “Annuncia la Nuova Gerusalemme” (Ap 21,2). Non ha tergiversato, non si è messa paura, non ha nascosto quel pensiero per paura della reazione degli uomini o, peggio ancora, di Dio. Ha agito subito.

A differenza di chi? Ecco il servo chiamato “malvagio”, “infingardo” e poi “fannullone” di questa parabola, che non ha agito subito, ma ha fatto una buca per mettere e sotterrare quel talento (Mt 25,18). Non ha fatto la Volontà di Dio, seguendo l’esempio anche degli altri servi. Avrebbe potuto anche vedere come hanno fatto gli altri, trovandosi in difficoltà; invece, di testa sua, ha voluto fare una buca. Non ha fatto la Volontà di Dio e dei Servi di Dio, di Cristo e di Maria (Gv 12,26). E, quindi, questo servo è stato chiamato “malvagio”, “infingardo” e poi “fannullone”. Il “malvagio” ti porta a pensare a chi è dedito al male, a chi fa il male; “infingardo”, colui che finge, quindi l’ipocrita; e il “fannullone”, colui che, invece di fare, non fa; magari dice agli altri di fare, però lui non fa.

E chi potrebbe incarnare questa figura? Ci aiuta Gesù. Di chi ha parlato Gesù nel Vangelo, usando questi termini? Andando poco indietro, nel capitolo di Matteo, comprendiamo che, a un certo punto, Gesù si rivolge agli scribi e ai farisei – Matteo, capitolo 23 –, usando proprio questi termini; lo fa ben comprendere. A un certo punto Gesù dice: «Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: ‘Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno’» (Mt 23,1-3). Ecco i “fannulloni”, oltre che ipocriti. Poi ancora dice: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, mentre all’interno sono pieni di rapina e di intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi netto! Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità» (Mt 23,25-28). Ecco gli ipocriti e i malvagi.

Quindi, se questa parabola è stata detta per comprendere ciò che sarebbe venuto negli ultimi tempi, noi apprendiamo dalla storia – che è madre e maestra di ciò che è stato –, per capire ciò che sarà. Quindi, questa ipocrisia, questa malvagità non era solo di allora, ma è un qualcosa di cui Gesù mette in guardia per ciò che sarebbe stata la fine (2Tm 3,1-5). Ecco i consacrati che sono dediti al male, “malvagi”; che sono ipocriti, “infingardi”; e che sono pure “fannulloni”: dicono di fare, ma loro non fanno.

Come non pensare agli inviti che, sempre nel Vangelo di Matteo, al capitolo successivo di questo 23 – quindi al capitolo 24 – Gesù rivolge per far comprendere cosa sarebbe successo negli ultimi tempi e quando sarebbe arrivato il momento decisivo per poter agire? Al capitolo 24, Gesù, a un certo punto, dice – parlando dell’abominio che sarebbe entrato nel luogo santo – “chi legge comprenda” (Mt 24,15) – quindi ci vuole comprensione, sapienza: “Allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti” (Mt 24,16). Così come, d’altronde, nell’Apocalisse vi è lo stesso invito – che l’Apostolo Giovanni ha fatto – nel momento in cui invita tutti: “Uscite, popolo mio” (Ap 18,4), ad uscire da colei che viene chiamata “Babilonia”, divenuta una vera e propria “Babilonia” (Ap 17,5).

Allora, in quel momento, ecco l’invito ad agire subito. Quei servi che hanno agito subito, con coraggio, sono usciti da “Babilonia” e sono fuggiti sui monti, sul Monte, sul Monte Santo (Gv 4,21), preparato da Dio (Is 2,2) grazie alla Sua Fanciulla, per poter essere nutriti e preservati. Perché preservati? Perché chi rimane in “Babilonia”, chi non fugge, per paura, perché pavido (poi vediamo anche chi è dedito al male: se l’abominio è entrato nel luogo santo è perché il male è entrato nel luogo santo e, chi è dedito al male, non fugge, lì rimane, perché ha preso dimora: ecco una parte della Città) – ma poi vi è una seconda parte della Città che, pur avendo riconosciuto l’inganno, il male, non fugge – rimane. Come non pensare a quel servo che sotterra il talento per paura (Mt 25,25) e attende, attende? Che cosa si deve attendere? Io penso sempre alla tragedia dell’assurdo di Godot: si attende Godot. God è tornato: Dio è tornato (Rivelazione di Gesù a Maria G. Norcia, “Il Ritorno di Gesù”, 30/10/1994). Non bisogna attendere più, sennò veramente diventa una tragedia, non dell’assurdo, ma della realtà. E la si sta vivendo.

Il problema qual è? Che questa tragedia non riguarda solo coloro che saranno chiamati come “fannulloni” e saranno spediti nelle tenebre, dove vi è pianto e stridore di denti (Mt 25,30). Perché? Perché è scritto che chi rimane in “Babilonia” prenderà parte del peccato e riceverà parte dei flagelli (Ap 18,4). Ma io penso alle pecorelle, cari fratelli, a quelle pecorelle che guardano a quei servi, che guardano a quei consacrati, e che non si muovono nell’attesa che loro si muovano. E sulla coscienza, costoro avranno tante pecorelle che, ancorate alla tradizione – perché di questo parliamo –, unite a coloro che sono ancorati, stretti alla tradizione, aspettano, aspettano e aspettano. E così quelle pecorelle poi riceveranno, loro malgrado, anche loro quella conseguenza (Os 4,9).

Questa è la mia sofferenza. Questo è il mio grido (Mt 25,6) che oggi voglio far sentire alto, affinché con coraggio si faccia ciò che si deve, così come questa Chiesa con coraggio subito ha agito.

Ecco la Città divisa in tre parti (Ap 16,19): una parte, che subito è uscita con coraggio dalla Città, per preservare ciò che doveva essere preservato (chi ha cambiato religione? Non chi ha fatto questa scelta; perché nel momento in cui l’abominio entra nella Città Santa (Dn 9,27), lì la Religione santa non vi è più, perché lo Spirito Santo (Rivelazione di Gesù a Maria G. Norcia, “Lo Spirito Santo”, 13/09/1984) non vi è più); una seconda parte che, se rimane, riceverà altrettanta paga; e la terza, che è quella dedita al male, che certamente rimane per portare a termine la propria opera (2Ts 2,3-4).

Guardate che la Pazienza di Dio ha comunque un limite – anche a voi, che siete legati alla tradizione, dico – perché nel momento in cui Dio lascia che tutto ciò che deve essere si compia, cadrete tutti. E se incomincerete a cadere – cadranno uno dopo l’altro coloro che sono ritenuti baluardi – che cosa succederà? Dove andranno tante pecorelle? A chi si aggrapperanno?

Cari fratelli, ci vuole coraggio per poter seguire Gesù (Mt 10,28). Ci si deve mettere in gioco, con coraggio. Questa è la chiamata di chi vuole essere servo per Amore. “Fai di me quel che piace a Te” ci ha insegnato questa Fanciulla (Atto di Magistero, “Maria G. Norcia”, 21/01/2019), “La mia vita è Tua, prendila”. Se il chicco di grano caduto a terra non muore, non porta frutto; ma se muore, porta tanto frutto (Gv 12,24). Ecco l’Amore che si moltiplica per divisione. Ecco Gesù che si è donato affinché tanti avessero la Vita e L’avessero in abbondanza (Gv 10,10).

«‘Vogliamo vedere Gesù’, dicono i lontani. Ma chi farà vedere Gesù, se non colui che farà scoprire nella propria morte il valore della glorificazione di Cristo? Chi sono gli apostoli che fanno da intermediari, in modo che il mondo possa riconoscere colui che attira tutti a sé? Tanti sono gli uomini onesti che cercano un senso per la propria vita, per il proprio martirio. Ma essi incontreranno veri amici di Gesù, che li orientino verso di Lui? Esiste, oggi, una possibilità di incontro più personalizzato del Mistero di Gesù Cristo. A condizione, però, che, in ogni caso, vi metta in contatto con la Croce e si affidi il grano al rischio della terra. Ogni volta che accettate di nascere dal fianco trafitto di Gesù, vi accostate al Cristo glorioso. Non si avrà più la costrizione alla osservanza della legge, ma per ciascuno vi sarà l’esigenza della responsabilità: la fede non sarà scritta su tavole di pietra, ma nel cuore dell’uomo. Cristo vi salva con la Sua sofferenza e la Sua morte. Con l’aiuto della Sua Grazia, imparate anche voi a morire, per risorgere con Lui; a perdervi, per ritrovarvi in Lui; ad abbandonare tutto, per ritrovare tutto in Lui. Il Signore, allora, infonderà nei vostri cuori la Sua Legge, il Suo Spirito d’Amore, perché avrete fatto della vostra vita una condivisione della Sua e vi farà partecipare al grande Mistero della salvezza» (Rivelazione di Gesù a Maria G. Norcia, “Morire per vivere, perdere per guadagnare”, 24/03/1985).

Ecco la Rivelazione di Gesù alla Sua Fanciulla e a quei servi buoni e fedeli, “buoni e fedeli”: ecco Dio, Buono, che nella Sua infinita Bontà si farà riconoscere; ed ecco Maria, Sposa fedele. A coloro che sono figli di quel Dio Buono e Fedele – ecco perché i figli, a loro volta, sono “buoni e fedeli” – sarà data “autorità” (Mt 25,23), l’autorità che proviene da Dio, così come questa Chiesa ha ricevuto autorità dall’Alto, che è Dio, perché trovati “buoni e fedeli”, in quanto figli di Colei che è Madre, spirituale, che ha in Sé la Bontà e la Fedeltà.

Siamo chiamati a fare la Volontà di Dio, con coraggio. Non abbiate paura. Venite, fratelli cari, venite in questa Chiesa (Atto di Magistero, “La vera Chiesa”, 08/05/2025) che è pronta ad accogliervi e a stringervi tra le Sue braccia. Maria, Madre Chiesa, vi proteggerà da ogni bruttura. Altri piangeranno, già oggi, ma la Madre Chiesa farà sempre essere tutti nella Grazia (2Pt 3,18), perché la Piena di Grazia (Lc 1,28) dimora in questa Casa, Casa della Grazia, Casa dei figli che, sull’esempio di Gesù e di Maria, con coraggio, hanno ascoltato la Volontà del Padrone e, fino in fondo, vorranno rimanere “buoni e fedeli”. E così sia.